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PREFAZIONE
Ritornare
ai bambini, o meglio, "ai piedi della loro crescita" (M. Luzzi) è un cammino
di maturità a tratti doloroso ed impervio, ma capace di cambiarci in modo
affascinante e significativo. I bambini, infatti, custodiscono la chiave
di acceso al mistero della condizione umana. Quando l'uomo smarrisce la
strada che parte dai bambini o ad essi conduce, perde il contatto con
il centro di se stesso e del suo "essere-nel-mondo". Nelle situazioni-limite
(guerre e simbiosi, terrore ed estasi, fallimento e successo) egli si
salva solo se non perde di vista il volto dei bambini. Negare l'infanzia
significa aprire il baratro dell'alienazione e della disumanizzazione.
Sono convinto, ad esempio, che il governo della "polis" cambierebbe in
modo decisivo se venisse assunto come progetto prioritario l'ascolto del
bambino. Ascoltati in modo attento e rispettoso, senza false protezioni
o arroganti autosufficienze, i bambini invocano e pro-vocano le qualità
costitutive della nostra umanità. Nel rapporto con loro, però, in modo
tutto particolare, è necessario tenere presente l'avvertenza di H.G. Gadamer,
e cioè che la pretesa di capire l'altro troppo presto è funzionale al
bisogno di tenerlo lontano. Per ascoltare un bambino, forse è necessario
chinarsi alla sua altezza e "dimorare" presso di lui lasciandosi condurre
dalla sua danza.
Ma
cosa significa, in concreto, affermare che il bambino ha il compito naturale
di "custodire" la definizione più intima e genuina della condizione umana?
Forse ritornare ai bambini significa ripercorrere la strada che porta
all'"antico cancello" da cui si è partiti, sapendo che si vive con pienezza
il proprio "esserci-nel-mondo" solo se si ri-parte, se si ri-nasce. D'altra
parte Gesù di Nazareth aveva detto con coraggio e chiarezza, proprio in
un periodo di massima negazione dell'infanzia, che nessuno può comprendere
e pervenire al regno di Dio, ovvero alla pienezza del proprio essere uomo
o donna, se non ri-diventa bambino. Non siamo però di fronte ad una semplice
metafora affascinante: in realtà, ognuno di noi, nell'indelebile memoria
del proprio corpo, è "incinto" del proprio bambino, e solo quando lo porta
alla luce rinasce ad una vita piena. Si tratta di dare voce ai vissuti
di dolore e di rabbia, di smarrimento e di intraprendenza, di curiosità
e di goffaggine, di terrore e di piacere, di invidia e di gelosia, di
odio e di amore ... Dentro questo grembo accade il miracolo dell'unione
"tra l'esperienza e l'innocenza" che porta alla nascita le scelte più
creative e i canti più suggestivi di ogni esistenza.
E'
stato per me un onore essere il supervisore del Progetto "Goccia-Genera"
che ho ora anche la gioia di presentare. Mi pare che il pregio principale
di questa "ricerca-azione" sia stata l'opportunità offerta alle partecipanti
di apprendere, sul registro dell'esperienza e della competenza, che non
si può incontrare un bambino se gli si parla con fretta e dall'alto, che
non ci sono bambini difficili ma relazioni difficili, che nessun bambino
può essere compreso se non siamo pronti a capire il bambino dentro di
noi, che l'incontro con il bambino accade e crea contatto se "siamo-presenti"
totalmente - anima e corpo, occhi ed orecchi, respiro e movimento - e
se entriamo nel suo ritmo mantenendo il nostro. L'impianto transculturale
di questo lavoro, inoltre, ci ricorda come i bambini siano maestri indiscutibili
della comunicazione che è "dentro e al di là" di ogni lingua, e sappiano
naturalmente attraversare ogni frontiera rendendola flessibile.
Coniugando
la freschezza dell'esperienza e il rigore della competenza, la suggestione
del racconto e il rispetto della teoria, il Progetto "Goccia-Genera" offre
percorsi relazionali, lungo i quali può accadere l'incanto, sempre nuovo
e fecondo, sempre pieno e reciproco, dell'ininterrotto "viavai" tra noi
e i "nostri" bambini.
Giovanni
Salonia
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